Marelli – Monza 1

Il progetto Marelli-Monza 1 (così come i progetti denominati Monza 2  e 3) affronta il tema della residenza contemporanea di medio-alta qualità all’interno di un’area segnata da una marcata frammentazione morfologica e tipologica e, di conseguenza, da una scarsa qualità del disegno urbano in cui l’intervento è chiamato a inserirsi. In questo senso, il progetto rappresenta un caso esemplare delle sfide che il mercato edilizio pone al progettista quando opera in contesti privi di riferimenti spaziali, formali o paesaggistici capaci di orientare il senso dell’intervento. Una condizione che, non di rado, conduce a sovrapporre modelli residenziali calati dall’alto, autoreferenziali e sostanzialmente estranei al luogo.

Analisi e descrizione del contesto.


L’area di via Alfonso Marelli si colloca nella fascia sud-occidentale di Monza, un lembo di città che a scala metropolitana caratterizzato da un’insolita condizione di margine: non periferia compatta, non campagna, non suburbio pianificato. Un settore urbano che appartiene alla frangia periurbana consolidata e densificata che manifesta i caratteri tipici della “nebulosa urbana” della Brianza. Un fitto reticolo di poli urbani consolidati, una complessa rete infrastrutturale e corridoi ecologici residui, in cui anche i confini (fisici e amministrativi) tra i comuni sono spesso indistinguibili a causa della saturazione del suolo.
Alla scala urbana, l’area è compressa tra due arterie di grande traffico (A52; SS36), quì il tessuto originario di matrice agricola — riconoscibile ancora nella trama dei tracciati minori e in alcuni lembi verdi residuali — è stato progressivamente sovrascritto da interventi eterogenei: case unifamiliari isolate, palazzine a bassa densità, capannoni riconvertiti, piccole lottizzazioni residenziali non coordinate.
Quello che ne deriva è un paesaggio frammentato, caratterizzato da:
– assenza di cortine edilizie, sostituite da corpi di fabbrica disallineati all’interno dei lotti
– spazi aperti indefiniti, né giardino privato né spazio pubblico riconoscibile
– relazioni deboli tra gli edifici e la strada, con fronti che non costruiscono un margine urbano
– discontinuità tipologica e funzionale che compromette la percezione unitaria tipica del quartiere
All’interno di questa condizione il progetto Marelli-Monza 1 si trova a operare senza un riferimento morfologico forte: né città compatta né campagna, né isolato urbano né lottizzazione organica. Proprio questa assenza, di una struttura organica in cui inserirsi e con la quale confrontarsi e colloquiare, costituisce il primo tema progettuale di questo intervento.

Descrizione e analisi dell’intervento


Nell’impostazione tipologica e distributiva, si è deciso di realizzare un organismo residenziale caratterizzato da un unico ingresso da cui si genera un asse carrabile con percorsi pedonali affiancati. Da questo si accede, da un lato e dall’altro, a due corpi in linea di villette a schiera che ospitano in totale sei unità immobiliari; ognuna di esse è disposta su due livelli, con zona giorno al piano terra e zona notte al livello superiore.
La scelta tipologica delle villette a schiera di Marelli-Monza 1, rifiuta la loro natura di dispositivo di densificazione e ordine (soluzioni formali standardizzate e ultra individualizzazione delle pertinenze private) ridefinendosi come dispositivo capace di configurare relazioni con caratteristiche di urbanità domestica, in un luogo in cui la natura dei rapporti umani e comunitari si è letteralmente frantumata. L’intervento di Arch+ Studio partendo da questa condizione si propone come architettura autonoma che accetta il carattere disperso del contesto senza subirlo, e prova a dare ordine non attraverso la forma ma soprattutto attraverso la coerenza dei processi interni generati dal progetto.


– Le villette come “ville urbane”: una tipologia alla ricerca di relazioni


Se la cortina edilizia non è riproponibile, se il fronte strada non può essere costruito in senso classico, la domanda a cui il progetto cerca di dare risposta diventa, come dare forma urbana a un organismo che nasce, per sua natura, disaggregato. La risposta del progetto non è ne imitativa né nostalgica, ma tipologica: le villette a schiera vengono interpretate come ville urbane. Non “case private giustapposte”, ma un sistema abitativo relazionale, un organismo che cerca urbanità non verso la strada pubblica, ma dentro di sé, nella costruzione di un proprio spazio intermedio. Il “fronte urbano” non è la strada esterna ma lo spazio compreso tra i due blocchi.


– Lo spazio intermedio come cortile: una prossemica mista (pubblico/privato)


Il cuore del progetto non sono gli edifici, ma un cortile di vicinato: la strada carraia, i percorsi pedonali, le piccole aiuole sul bordo delle unità, il mix tra accessi, sosta temporanea, attraversamenti e momenti di vita.
Lo spazio è delimitato da una recinzione — dunque tecnicamente privato — ma vuole proporsi come socialmente e funzionalmente promiscuo, capace di assumere ruoli diversi nelle diverse ore della giornata: al mattino e alla sera è spazio di movimento, uscita e rientro delle auto; nelle ore centrali può diventare spazio di gioco per i bambini; nei momenti di quiete può accogliere un cane in libertà, uno scambio tra vicini, un uso più informale. L’assenza di un vero fronte su strada viene così trasformata in opportunità progettuale: la vita del complesso non si orienta verso l’esterno (disordinato, debole, privo di qualità), ma verso un interno condiviso che restituisce comunità e riconoscibilità. Un gesto rivolto ad una prossemica* – cioè una calibratura delle relazioni – interna al progetto: che non impone ruoli spaziali rigidi, ma accetta la variabilità d’uso come qualità, incorporandola nella propria forma.

 

 

E’ sempre attraverso una calibratura prossemica delle soglie interne all’intervento che possiamo leggere i giardini privati che si sviluppano sul lato opposto del cortile oltre le “ville”, collocati entro la distanza normativa dei 5 metri dal confine (linea di galleggiamento). Spazi che non sono semplicemente “retro privato” delle abitazioni ma che costituiscono anch’essi una soglia del progetto, quella più domestica, più protetta e intima che definisce la profondità abitativa e il rapporto con la natura residuale dei lotti limitrofi.
Il complesso è dunque organizzato per successione di soglie più che di spazi separati gerarchicamente:


spazio condiviso ↔ soglie di accesso ↔ abitazione ↔ giardino privato ↔ paesaggio residuale


Una sequenza che tenta di produrre relazioni dove il contesto esterno non ne offre.

 

– L’organismo edilizio. Contrappunto come tecnica compositiva


Il progetto nel definirsi attraverso l’ascolto del contesto, nel suo inserirsi tra interstizi catastali, tra le soglie prossemiche dei suoi spazi, crea una sorta di dialogo tra spazio, tempo, natura e abitanti. Non si rifà a un modello consolidato ma improvvisa una sua disposizione singolare nell’eterogeneità del contesto (morfologico, funzionale e sociale) che lo accoglie. Se dovessimo utilizzare una metafora per descriverne il processo di definizione, potremmo accennare al Jazz , che ha come base l’improvvisazione su strutture armoniche e ritmiche predefinite e, in particolare, al contrappunto come tecnica compositiva per
intrecciare linee melodiche indipendenti. Infatti anche i due organismi edilizi veri e propri si compongono attraverso una successione ritmica di pieni e vuoti, di aggetti e di rientranze in una composizione volutamente misurata e non enfatica, in cui l’unico elemento del linguaggio architettonico realmente eccentrico è rappresentato dalla cresta/shed; dispositivo con molteplici ruoli. Compositivo: introduce un ritmo nel profilo del complesso, funziona come un contrappunto producendo differenziazione all’interno della serialità tipica della schiera. Ottico e atmosferico: un faro che non emette luce ma la cattura, la riflette, la modula, dialoga con il cielo, il sole basso, il vento e la pioggia, apre un varco verso la natura residuale e, dal lato interno, una vista verso il cortile. Funzionale: copre i box generando l’accesso al terrazzo al primo piano affacciato sullo spazio comune interno.
Scendendo ulteriormente nei dettagli funzionale e linguistici del progetto, notiamo altri dispositivi per il controllo della luce e della privacy; come le lamelle in legno, che filtrano il fronte-balcone nella parte interna, minimo accorgimento e ulteriore soglia prossemica tra interno ed esterno tra costruire e abitare, tra uomo e natura. Microfisica di un progetto che mira, in fondo, a sfumare la dicotomia oppositiva tra ciò che è artificiale e ciò che è naturale.

 

– Conclusioni


Riguardo a questo progetto non possiamo, nel modo più assoluto, parlare di riqualificazione o rigenerazione urbana, sarebbe soltanto vuota retorica nociva. Dovremmo invece parlare di microfisica del progetto e di prossemica nell’approccio metodologico e concettuale di Arch+ Studio. In un progetto come questo, infatti, le “libertà” progettuali non stanno nella ridefinizione di una forma urbana (che non si può riscrivere), né in iconici e ricercati gesti formali (che spesso il cliente non accetta), ma è nello stratificarsi e sovrapporsi di più vincoli che l’approccio alla poetica progettuale si “condensa in gesti minuti”: si infiltra divenendo minerale, sottile, situata; agendo silenziosamente. Lavorando su diverse soglie di complessità e libertà si opera in alcuni casi in condizioni di vincoli molto forti: lì la nostra poetica si condensa in gesti minimi, in micro-decisioni, in dettagli. In altri casi possiamo mettere a fuoco la visione in forma più ampia, speculativa e aperta. La continuità metodologica dello studio non sta dunque nella forma, ma nel processo e nel modo di guardare e di entrare in relazione con la natura delle cose e la natura della natura, mirando ad un’ecologia della pratica e non a schemi predeterminati.
*La microfisica di un progetto, in senso generale, può essere interpretato come quell’insieme di azioni minime, di decisioni calibrate e di taratura del dettaglio che, pur sembrando quasi invisibili, determinano la qualità finale dello spazio. È quello che accade “tra le righe” del progetto: non i grandi gesti architettonici, ma come arte delle piccole differenze.

 

 

 

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